Salto nel buio

Scritta sul muro.

“L’oltre è un soffermarsi presso la linea: visualizzarne in altro modo l’intorno. Identificare, costruire attraverso l’uso che facciamo del linguaggio, uno spazio di gioco, un’abilità. Mettersi in ascolto non di un canto sepolto e originario, bensi di un groviglio di significati; permettere che si dia a vedere e possa agire qualcosa come una confusione di tipi logici, un messaggio almeno doppio”. (P.A. Rovatti)

Incredulo, questo il mio stato d’animo. Assorbo ormai l’immagine di quella porta aperta. Mi avvicino con cautela e niente intravedo dall’altra parte. Semplice e pura oscurità.

Eccomi al confine della mia cella, dall’altra parte ombra. Mi ci immergo. Il tempo di abituare lo sguardo e intravedo un bagliore di fronte a me. E’ il pomello in metallo di una porta. Impiego qualche secondo nel decidermi di toccarlo, provo a girare. Qualcosa scatta, si apre.

Ho di fronte a me una stanza in penombra. La luce filtra tra gli infissi, zebrando l’ambiente. C’è una brandina, un lume su un tavolo, un ripiano colmo di scartoffie. C’è poi una tenda marrone, di quelle kitsch, le ho sempre odiate. Sul tavolo c’è un bigliettino e mi sorprende. E’ scritto al computer.

“…notai subito ke vi era qualcosa di diverso nell’isola, sentii come un brivido pervadere le mie membra, era come se qualcosa avesse cambiato l’anima dell’isola ke ormai aleggiava stantia nella mia mente; sapevo tutto di lei, o meglio mi illudevo di sapere.
non sono solo…
un violento nubrifragio sconvolse la “tranquillità” dell’isola; io trovai riparo dentro un insenatura naturale nella roccia, all’interno l’ambiente era tutt altro ke accogliente; era bujo pesto, grazie a qualke sporadico lampo riuscivo a intravedere l’interno di quella “grotta”; la roccia era pervasa da licheni interrotti qua e la da specie di insetti a me sconosciuti, non si riusciva a vedere la fine ed inoltre l’odore putrido di qualche carcassa in decomposizione rendeva il tutto ancora più raccapricciante.
la notte sembrava non finire mai…
paura del nuovo…
la notte insonne non mi sconvolse più di tanto, del resto ormai era un abbitudine. mi allontanai del mio “rifugio” x andare verso un promontorio non distante da lì, a dire il vero non so il perchè, ma in fondo certe volte è superfluo chiederselo e questa, era una di quelle; quello che vidi forse era forse l’ultima cosa che potevo immaginare… ma in effetti ormai avevo imparato l’arte del riconoscere anke il più piccolo dei segnali e quello, bhè era talmente evidente da lasciarmi dubbioso…
non ero più solo”.

F.


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